Roberto Zucca, Francesco Musa e Nicola Cossu raccontano il più forte calciatore sulcitano della nostra generazione
Era altissimo. Giunonico. Te ne accorgevi quando facevi la fila per qualsivoglia desiderata della vita scolastica, tipo la ricreazione (dettaglio assai importante per un frequentante del liceo Edoardo Amaldi di Carbonia) ritrovandotelo davanti. Era altresì leggiadro. Perché quando quella vita un po’ spettacolare e un po’ circense degli anni duemila del liceo si spostava su un rettangolo di gioco, come quello del campo di Santa Barbara preso in prestito a qualche società giovanile del Carbonia, Simone Aresti diventava l’immagine della voglia di volare e non della paura di cadere. Come una vertigine, quel salto che tra i pali era già capace di donargli il vigore tipico di un gesto atletico perfetto, ti tramortiva e ti lasciava lì, inerme, in attesa del successivo. È così che Aresti ci ha conquistato ai tornei scolastici. Quando il derby tra Amaldi e Angioy lo ha vinto assieme ad una banda che quell’anno è arrivata fino alle finali regionali (poi ci arriviamo) nel suo primo e unico anno fatto nel mio stesso istituto superiore. Poi è iniziato ciò che la sua vita gli ha offerto ad un prezzo alto, ma caratterizzato dalle emozioni più intense: il nomadismo. Come un’estate bellissima, come una serata in cui sugli scogli di Mangiabarche (nella sua amatissima Calasetta), da cui si vede un mare a perdifiato, non vorresti rialzarti più, è passato altrove. Era troppo per noi.
Era l’Aresti destinato a grandi cose. Era il talentuoso ragazzo che papà Antonello, dagli anni vincenti e ruggenti del Narcao 94, aveva cresciuto con un senso di responsabilità e con una maturità che ho visto a pochi calciatori in diciotto anni di onorata carriera di giornalismo sportivo.

Era il ragazzo del liceo Amaldi che il Cagliari voleva con sé per sviluppare una generazione di fenomenali calciatori sardi, e che giustamente ci ha portato via. Sono passati ventitré anni da quando ho saltato la scuola per andare a vedere quel ragazzino giocare su un campo di terra battuta (o per prendere in giro il mio amico Nicola Cossu, che giocava un gran calcio con una maglia sempre troppo grande per lui). Ventitré primavere generosissime per quell’Aresti, nelle quali il pallone è stato tutta la sua vita e anche di più. Ventitré stagioni nelle quali ha conquistato tutti con il suo carisma, la sua personalità, il suo calcio grintoso e impetuoso. Soprattutto nelle cui radici storiche si sono annidati tanti Arestiani (alla Treccani qualora vorrà coniare il neologismo suggerisco di contattarmi) convinti che Simone fosse ciò che di meglio la generazione degli ’86 sulcitani avesse donato allo sport. Così, esattamente diciotto mesi fa mi sono messo in testa di sedermi di fianco a lui per raccontarne le gesta. Volevo mettere una virgola (perché i punti in questo racconto di vita e di sport li metterà lui tra molto molto tempo) su tutti questi anni in cui i nostri mestieri ci hanno tenuto separati. Per questo ho avuto bisogno di due memorie storiche, che il protagonista di questa storia, quando leggerà forse sorriderà o forse si arrabbierà talmente tanto da impedirne la pubblicazione. Perché non capirete mai chi sia o cosa sia diventato Simone Aresti, se qualcuno non vi dà le giuste chiavi di lettura (io da solo non riesco), o se qualcuno non vi aiuta ad interpretarne le parole, i silenzi e i suoi percorsi. Ho avuto bisogno di due amici, due compagni di quegli anni in cui me lo ritrovai davanti per la prima volta, che mi aiutassero a recuperare il pallone e correre verso di lui. Ho avuto bisogno di Nicola Cossu, suo compagno di liceo in quell’anno così da bivio, che accompagnasse con le sue parole i racconti di quegli esordi e di quelle mattinate di tornei. Ho poi bussato la porta di colui che conosce Simone dal giorno in cui in terza elementare diventarono due compagni di banco molto competitivi. Come piace ad Aresti e Francesco Musa. Che nel presente di Simone è una presenza importante. E nel passato glorioso del portiere numero uno del Cagliari (lasciacelo scrivere S.) ha rappresentato assieme ad una cerchia ristretta di amici il nido in cui Aresti si è sempre rifugiato dalla popolarità e da una vita che vuoi o non vuoi, alle volte punta i riflettori verso di te. Un rifugio tra le montagne della tranquilla Narcao, un po’ figlia del blues, e un po’ musica da camera quando questo mondo dello sport comincia ad essere piuttosto ingombrante. A Nicola Cossu, mio amico foriero di aneddoti, a Francesco Musa, amico fraterno dell’intervistato e compagno di banco fedelissimo e a Simone Aresti che mi ha regalato la storia della sua vita che leggerete nelle righe che scorrono, un infinito e doveroso grazie.
Con tutto il mio cuore di eterno liceale.
Roberto
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(Francesco)
Musa, mi dica. La leggenda della competitività è verità?
“Vuole che le spieghi l’iper competitività di Simone Aresti? Quando organizzavamo i tornei di Playstation da lui e stava perdendo qualche partita, ci staccava la corrente”
Lo avrei fatto anche. Pur restando compagni di banco per una vita.
“In terza elementare siamo stati letteralmente buttati in un banco giallo l’uno di fronte all’altro. È nata così l’amicizia che ci lega oggi. Siamo stati compagni di banco fino al primo anno di liceo. È stato sempre stimolante perché Simone è una persona capace di tirare fuori il meglio di te e il meglio di sé nelle cose”
Perché è arrivato così lontano nel mondo del calcio?
“Per la sua fame, il suo spirito di competizione. Per il suo essere il giudice più severo di sé stesso e per il fatto che ha sempre cercato di migliorare ogni giorno. Ho usato consapevolmente la metafora della scuola perché spiega bene quanto tenesse all’eccellenza. Nello sport è sempre stato più bravo in tutto. A scuola studiavamo da testi diversi rispetto a quelli che si adottavano in classe, pur di risultare i due più bravi. Poi il liceo lo ha messo di fronte al fatto che un impegno scolastico come quello che voleva assumersi e i ritmi del calcio giovanile, non li consentivano di poter fare tutto. Lo abbiamo aiutato quell’anno, ma si immagini uno che usciva di casa alle sette del mattino per andare a scuola e tornava a casa dopocena dopo la fine degli allenamenti del Cagliari. Chiunque sarebbe crollato. Lui ha scelto, non ha mai mollato. Si è impegnato e alla fine sappiamo bene cosa è stato capace di fare”
Cosa ha significato essergli amico?
“Avere una persona su cui contare sempre. Ero un ragazzo un po’ timido e se vogliamo introverso. Non amavo uscire, così dai dodici anni, quell’età in cui la spensieratezza prende il sopravvento sul resto, mi ha portato nel suo mondo e quella spensieratezza me l’ha regalata. È un ragazzo dall’animo generoso. Siamo un gruppo di amici, io, Eliano Floris, Matteo Pala, Andrea Anedda, cresciuti assieme a lui e per i quali, mi faccio da portavoce a nome di tutti, appena ha avuto un attimo da dedicare lo ha sempre fatto”
Le radici e il voler rimanere sempre e solo Simone e non “il portiere del Cagliari” lo hanno aiutato?
“Puoi staccare un ragazzo da un paese, ma non puoi staccare un paese da un ragazzo. Le radici restano, e gli amici di una vita sono sempre lì ad aspettarti. Siamo sempre stati molto protettivi nei suoi confronti, anche perché il calcio lo ha sempre esposto al giudizio esterno. Siamo stati ben volentieri uno scudo. Spesso ci è stato chiesto qualcosa sulla sua carriera e su alcune scelte, ma da parte nostra la risposta è sempre stata un silenzio tombale. Lei è il primo con cui ho scelto di parlare di Simone”
Chi è oggi Simone Aresti?
“È sempre rimasto quel ragazzino di Narcao a cui tutti vogliamo bene. Molti amici ci raccontano che è capitato di vederlo su un aereo con la squadra o di andare a salutarlo in un dopopartita allo stadio e per lui non esiste essere un personaggio del calcio. È quello con cui magari qualcuno è cresciuto, al campetto di Narcao, a scuola, in paese. Su questo è una rarità”
Cosa è per lui il Cagliari?
“Una ragione di vita. Il motivo per cui ha sacrificato tutto il resto in nome del calcio. Il Cagliari è più di una squadra. È il luogo dove lui voleva giocare, in cui ha esordito e nel quale ha desiderato più di chiunque altro tornare dopo le parentesi a Savona, Pescara o in altre compagini della Sardegna”
Nel 2011 decide di smettere col calcio.
“Un anno tosto. Inizialmente ne siamo rimasti tutti increduli. Ma nessuno ha mai pensato di dileguarsi o di non stargli accanto durante il recupero dall’infortunio. Non voleva più saperne del pallone, della carriera. È sempre stato molto testardo”
Riprendere da quel sabbatico e tornare in A è una cosa a cui poteva aspirare solo lui.
“Pochi sono stati capaci di riprendersi così. Si è messo in testa di voler tornare ed ha cominciato ad allenarsi da solo. Ninni Corda lo ha rivoluto nel calcio e gli ha dato gli stimoli giusti. Ma si è ritrovato davanti e soprattutto ha riportato con sé la tenacia, la serietà di un atleta impagabile e determinatissimo”
Il carisma. Quello che oggi lo fa essere un riferimento per tutto il collettivo del Cagliari. Quanto ne possiede?
“(ride n.d.r.) È capace di riempire una stanza. Al Cagliari, lui non lo dirà mai, è fondamentale perché al di là dei minutaggi giocati, contribuisce al lavoro di una squadra capace di ottenere ciò che poi ha fatto vedere vincendo la serie B al novantaquattresimo. È parte necessaria di un collettivo che lavora veramente tanto. Credo sia sempre stato questo nelle squadre in cui ha militato”
Ha avuto tutto ciò che meritava dal calcio?
“No, ha avuto molto meno di ciò che doveva raccogliere, per ciò che ha messo in campo col sudore e col sangue. Però ha strameritato tutto e se ha avuto molto di più di tanti suoi pari ruolo o di tanti suoi coetanei e avversari è solo ed esclusivamente per quanto ci ha creduto”
Come le piacerebbe vederlo in futuro?
“Vorrei diventasse un allenatore delle giovanili. Ha davvero tantissimo da insegnare e da trasmettere alle nuove generazioni ed è molto molto portato per farlo. Non credo di riuscire a vederlo molto lontano dal calcio, anche se è un mondo stressante. Ma tutto può accadere”
Come le piace ricordarlo?
“Come quello che mi ha fatto correre a casa di mio zio che all’epoca aveva Sky per vederlo quando fu MVP nella gara contro la Juve nel periodo delle giovanili o quello che tutti ricordiamo nell’esordio contro l’Ascoli”
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(Nicola)
Abbiamo tutti voluto bene a Simone Aresti, certamente non per il calciatore che era, ma per il compagno di scuola che è sempre stato. Eravamo curiosi, quando ci è stato annunciato che un calciatore delle giovanili del Cagliari, sarebbe arrivato nel nostro liceo e nella nostra classe. Si è fatto subito benvolere dai primi giorni. Lo ricordo impegnato, impegnatissimo. Erano anni in cui una volta uscito da scuola, gli allenamenti lo assorbivano ogni pomeriggio per tante ore. Fino all’ultimo abbiamo pensato e sperato che potesse stare con noi fino agli anni della maturità e lo abbiamo aiutato fino agli ultimi giorni con piacere. Arriva un momento nella vita in cui scegliere risulta funzionale alla strada che si deve percorrere. Si capiva in maniera lampante che con il calcio e con l’impegno che metteva in ogni sport, risultando una spanna sopra gli altri, avrebbe potuto combinare qualcosa di buono.
Lei ci ha giocato assieme.
“Si, ai tornei per scuole. La squadra del Liceo Amaldi è uno di quei ricordi di vita che coloro che vivono di calcio si portano dietro tra quelli più belli. Sono quelle amicizie che nascono nelle mattine in cui si parte presto per andare a giocare alle finali provinciali o a quelle regionali. L’anno in cui Simone giocò tra i pali riuscimmo a superare le fasi locali e provinciali e giocare la finale regionale contro Sassari. Una partita che a distanza di più di vent’anni resta indelebile sia perché fu la prima volta che l’Amaldi si ritrovò a giocare la finale per il titolo sardo. E poi perché dovemmo difendere il nostro professore diciamo dalla troppa passione dei sassaresi che volevano farci tornare a casa senza docente (ride n.d.r.)”
Poi Aresti lasciò il liceo.
“Sì, ci siamo persi di vista, ma l’ho seguito ogni anno. Per orgoglio personale e per la passione che ho nei confronti del calcio giocato. Ha fatto una carriera straordinaria, fatta di ogni sfumatura che il calcio è in grado di regalarti. Ha avuto anni belli, stagioni difficili, retrocessioni, promozioni incredibili come l’ultima che ha vissuto. Una carriera bellissima, che ci tengo a dire si è meritato. Non dimentico nemmeno la sua generosità: quando finimmo l’anno, ci invitò a vedere una partita dei Mondiali a Narcao. È stato il suo saluto ai compagni e agli amici più stretti di quell’anno. Poi come tutte le belle cose che finiscono, la sua amicizia e quel ricordo restano tra le cose più care”
Dove vorrebbe vederlo tra qualche anno?
“Persone come lui, con il suo curriculum e il suo background, secondo me resteranno nel calcio, e vedendo la carriera e le scelte credo che avrà a che fare con qualche scuola giovanile. Gli auguro di aprire una sua scuola calcio. Avrebbe tantissimo da insegnare e trasmettere alle nuove generazioni”

