Essere un numero uno. Il ritratto di Simone Aresti

Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi ritrovarsi a volare e svegliarsi sopra l’erba ad ascoltare un sottile dispiacere. Ho bisogno del miglior Lucio Battisti, quello di Emozioni, per spiegare il personaggio più complesso che io abbia trovato nelle corde di Sportisola. Ho bisogno di Simone Aresti, come cantautore del calcio isolano, perché il calcio senza Simone sarebbe meno bello, meno sentito, meno passionale. Ho bisogno di lui perché il modo di sedersi sopra l’erba e scorgere ogni angolo del campo è il migliore che abbia mai visto da quando scrivo di questo incredibile, benedetto e maledetto sport. Aresti ha volato, compiendo traiettorie e migrazioni che lo hanno reso autentico. È caduto, migliorando la sua vita e il suo calcio giocato. È atterrato sul mondo che lui stesso si è disegnato a sua immagine e somiglianza, diventando un riferimento per questo universo fatto di colori e di sfumature che non sempre sono in grado di essere interpretabili. Ho desiderato essere accanto a lui in molte parti di quest’intervista, per guardarlo negli occhi, ringraziarlo per la sincerità, capire se quell’oltre che percorrevamo assieme, era troppo per quel momento. Ho avuto bisogno di fermarmi, ascoltarlo, riascoltarlo non per il vezzo di aver portato a casa la migliore storia degli ultimi mesi, ma per la necessità di portare con me ogni riflessione e ogni pausa di oltre due ore trascorse assieme. 

Simone Aresti (Ph: Cagliari Calcio)

L’anno che volge al termine per Aresti è forse il più bello e il più complesso della sua vita. O forse è semplicemente un ennesimo momento gestito con la ponderatezza con cui affronta tutto. Con la consapevolezza che tutto ciò che gli accade è parte della storia della vita, e che è giusto affrontare ogni istante con la maturità di chi dal percorso dei propri 37 anni ha ottenuto tutto ciò che poteva, ma soprattutto voleva. Forse è il suo bello, forse è lo stretto necessario di cui abbiamo bisogno noi Arestiani, che urliamo a perdifiato ogni qualvolta Simone è in grado di prenderci per mano e farci svegliare sopra quell’erba sempre troppo verde e troppo piena di qualsiasi emozione.

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Addio 2022, sei stato crudele. Ci hai umiliato, ferito e battuto ma non ci hai ucciso. Torneremo a prenderci tutto quello che è nostro, senza pietà e con gli interessi. Parto dal Simone Aresti dello scorso anno per risalire insieme.

“Quella frase l’ho postata alla fine dello scorso anno, con la consapevolezza che tutti dovessimo ripartire da quel fondo e risalire assieme. È stata una risalita complicata, ma assolutamente incredibile e da ricordare”

La risalita ha una ragione su tutti nel Cagliari Calcio: il gruppo. Uno dei più affiatati.

“Un affiatamento costruito nel tempo. All’inizio le cose non sono andate purtroppo come volevamo: abbiamo avuto delle difficoltà, dovevamo riscostruire tra le macerie della retrocessione. C’è stato l’esonero di Liverani, i fischi del nostro pubblico. Ci siamo ricompattati in un momento molto complicato: contro il Cosenza, con Fabio Pisacane in panchina, abbiamo trovato la vittoria. Si è vista la forza del gruppo, di una squadra fatta da leader, che ha lottato ogni minuto per venire fuori dalla crisi. A gennaio è arrivato mister Ranieri, lo spogliatoio si è ulteriormente unito e abbiamo riconquistato i nostri tifosi, il loro sostegno è stato fondamentale per raggiungere l’obiettivo finale”

Marciando uniti, cito sempre Aresti, per riprendersi tutto ciò che ci è stato tolto. La conquista della serie A, trascorsi tre mesi, è ancora nel cuore?

“Assolutamente. Un momento incredibile, che dovevamo alla Sardegna e che ci siamo goduti per il modo in cui è arrivato. Ricordo ogni attimo di quei giorni, di quei playoff. È inevitabile che io ricordi fotogramma per fotogramma. Credo che ognuno di noi si porterà dentro quella cavalcata per il resto della vita”

Spesse volte su Sportisola ho parlato di lei e di quel suo modo di prendere per mano tutti. La squadra, i compagni, i tifosi, la famiglia. Non ci si improvvisa uomini di spogliatoio così profondi. Dove è andato a prendere questo modo di fare?

“Ho imparato a convivere con le sofferenze, a combatterle, a lasciarle alle spalle. Quando scendo in campo, con i compagni, penso a Radunovic o a Cragno su tutti, mi sento responsabile del ruolo che ricopro, delle parole che pronuncio, del gesto di cui un compagno ha bisogno. In spogliatoio ho lo stesso atteggiamento. Sono cresciuto in un calcio fatto di metodo, gerarchie, rispetto per ogni componente della squadra, dello staff e della società. E tutto questo mi è servito a diventare quel giocatore che lei descrive. Pulito, leale, diretto”

Un uomo immagine del pallone. L’ho definita l’ambasciatore dell’essere Cagliari Calcio.

“Non ho un’immagine costruita e mi piace far passare la realtà per quello che è. Se la fotografia che restituisco è quella del calciatore che ho descritto mi fa piacere. Ho avuto certamente dei bravi maestri, ovvero allenatori e uomini di calcio che mi hanno inculcato l’importanza della disciplina. Mi sono sempre battuto per fare sì che si cominciasse a parlare di chi fa il mio lavoro, non attraverso l’immagine della bella vita, ma di quella del sacrificio e del metodo. E mi creda, il calcio è soprattutto questo”

Simone Aresti (Ph: Cagliari Calcio)

Quanto ha sacrificato per essere Simone Aresti nel calcio?

“Tutto. Ho dedicato la mia intera vita al pallone. Ho costruito con gli anni una carriera solo ed esclusivamente attraverso le rinunce e i sacrifici. Chi mi è stato accanto ha capito che potevo esserci, ma in un modo diverso. Che per questa vita che ho scelto, sarebbero state più le mancanze delle presenze. Gli amici e le persone a cui voglio bene sanno che io ci sono giorno e notte per loro, anche se magari mi perdo un messaggio, un evento importante, una giornata in più trascorsa con loro. Il mio lavoro mi è stato ampiamente perdonato. Chi mi conosce sa che sognavo di essere questo da bambino e sarei stato disposto a qualsiasi sacrificio pur di arrivare dove sono oggi”

Questo che parla è papà Antonello. 

“C’è molto di lui in questa filosofia di vita. Sono cresciuto vedendo mio padre e anche nonno lavorare diciotto ore al giorno. Ho capito che qualunque cosa tu voglia fare con l’obiettivo di arrivare in alto, devi seriamente lavorarci con intensità e sacrificio. C’è stato un momento della mia vita in cui ho provato a capire se percorrere le orme di papà, che è un imprenditore edile, poteva fare al caso mio. Ho rinunciato perché non ce l’avrei mai fatta. Ma ho imparato tanto da lui, questo è vero”

Abbiamo parlato nell’anteprima del Narcao 94. Cosa ricorda dei primi anni?

“La voglia di giocare. Il calcio che per me era tutto. La famiglia che mi portava agli allenamenti ad Asseminello. I viaggi, le ore passate in macchina. Lo studio che non basta più, la stanchezza di alcune sere, ma soprattutto la voglia di farcela. Ero un Simone diverso, ma certamente ero determinato”

Aresti corre forte, più di tutti nel Sulcis. Si conquista uno spazio importante nel mondo del calcio. Poi, nel 2002, il primo bivio della sua vita.

“Proviamo a riassumerla?”

Simone Aresti (Ph: Cagliari Calcio)

Per un anno lei sparisce dai radar. Un infortunio procurato prima dell’inizio della stagione. L’ex Presidente Cellino non la prende bene. Il suo contratto viene rescisso. Lei medita un clamoroso ritiro.

“Beh, è tosta riassunta così. Ma è andata così. Avevo ancora tre anni di contratto, e decido di rinunciarci. Torno a Narcao, con la seria intenzione di mettere la parola fine alla mia carriera. Quando un treno in corsa si ferma all’improvviso, l’istinto è quello di scendere e scappare via. Mi sono rifugiato nelle uniche certezze che avevo, ossia la mia casa e i miei affetti più cari. Ero intenzionato a smettere. Pensi che mi ero messo, adesso sorrido al pensiero, a studiare per diventare un giocatore professionista di poker. Studiavo seriamente, la matematica delle probabilità, le regole, le occasioni di vittoria. Avevo bisogno di pensare ad altro”

Guarito dall’infortunio, lei parlò bonariamente di un complotto famigliare per farla rientrare in campo.

“Nessuno voleva che io lasciassi il calcio. Ninni Corda mi ha offerto di tornare in serie C. Ero un portiere promettente, lui diceva. Mi ero fermato. Il suo fu certamente uno sprono. Andai a Torino da un grande nutrizionista. Iniziai ad allenarmi da solo e rincominciai ad avere un metodo. La famiglia e i miei amici mi convinsero a riprendere, dicendomi che un giorno li avrei ringraziati. È vero, devo ringraziare ognuno di loro per non avermi permesso di lasciare per sempre il gioco del calcio”

La sua carriera come un verso di Max Pezzali di cui recentemente abbiamo parlato. “Nella buona sorte e nelle avversità. Nelle gioie e nelle difficoltà”

“Adesso è un momento della mia vita in generale nel quale queste parole risuonano profetiche. Nella buona sorte e nelle avversità è quella parentesi in cui c’è bisogno di sostegno e di amore. È quel momento in cui, parlando di calcio, hai voglia di sentire i tifosi che assieme a te fanno quadrato e affrontano i momenti di una stagione, che è quella che stiamo giocando, in cui le difficoltà sono già state messe in conto, e bisogna affrontarle a testa bassa, lavorando insieme per arrivare al risultato”

Due uomini di calcio di cui voglio parlare con lei. Carlo Mazzone, a cui lei ha dedicato un bel messaggio nel giorno della sua scomparsa.

“Avevo otto anni quando mio zio veniva a prendermi a Narcao per portarmi in curva. Era il giorno più bello della mia vita. Essere lì, negli spalti, tra abbonati e tifosi a vedere il Cagliari di Mazzone giocare con zio. Amavo i suoi modi di fare, quella foga e quella passione incredibile che era capace di trasmettere. Da tifoso ne ero stregato ed affascinato. Non ho avuto modo di conoscerlo, ma credo che per noi sardi sia stato a livello sportivo una presenza fondamentale e un pezzo inossidabile della storia del Cagliari Calcio. Era una persona vera”

Come Claudio Ranieri, suo allenatore ed erede naturale di Mazzone.

“Una mosca bianca del calcio. Una di quelle persone così autentiche, da rivelarsi come effettivamente traspare in ogni conversazione, in ogni occasione, in ogni intervista. Quando è arrivato avevo la classica soggezione di chi incontra uno di quei mostri sacri, tipo mister Ranieri o Gigi Riva. Dal primo giorno è stato in grado di trovare le parole giuste nel momento giusto, donando quella tranquillità, quella serenità nel giocare, insieme ad una autorevolezza che risulta proverbiale. È stato in grado di compiere un miracolo con questo Cagliari perché è in grado di essere tutto questo. Ha ricompattato lo scorso anno un ambiente e un organico pronto ad esplodere. Un uomo come lui va certamente stimato e supportato moltissimo”

Quando sei nel mare in tempesta, e devi riportare la nave in porto. Aresti è spiegabile attraverso le metafore del mare. Soprattutto mediante i tatuaggi che lo richiamano.

“Vero. Ho un corpo abbastanza ricco di immagini che lo rievocano. Ho il timone e la scritta Sotto controllo. Ho anche il faro di Calasetta e una barca che naviga in mare, tatuata dietro la schiena. Sono un uomo di mare, ho la patente nautica e senza di esso mi sembra che mi manchi l’aria. Mi piace l’immagine del marinaio che lavora e deve riuscire a domare le acque nei momenti più difficili e in quelli di bonaccia. Il rapporto che il marinaio ha con il mare è quello che io ho avuto con la vita calcistica. Ho sempre cercato di riportare la barca in acque sicure e di lavorare affinché con i compagni si riuscisse a domare la tempesta e si rientrasse in porto”

Quando si guarda indietro oggi, è soddisfatto del giocatore che è diventato?

“Sì. Sono molto soddisfatto di una cosa, ovvero del fatto di aver dato il massimo e di aver ottenuto tutto ciò che potevo. Non mi sarei mai perdonato di perdere delle occasioni per la mancanza di voglia di fare o per non aver messo abbastanza impegno in alcune stagioni. Entro in campo ogni giorno non risparmiandomi su nulla. Non me lo potrei mai perdonare. In questo mi è di supporto il pensiero di mio figlio, a cui spero di trasmettere questi stessi valori. Tutti i giorni mi lascio guidare dal fatto che, dando il 100% nel mio lavoro, lui sarà sicuramente molto orgoglioso di suo papà”

Diego, nato nel 2017, è il secondo bivio della sua vita. Umanamente lei diventa qualcos’altro.

“Non so se riuscirò a parlare di mio figlio senza emozionarmi. Diego è in grado di farmi commuovere e di aprirmi il cuore come nessun altro. Prima di conoscere Aurora, non volevo avere figli. Poi si cresce, certe cose cambiano e quando è arrivato lui, ho scoperto cosa significa avere un amore puro. Mi fa impazzire vederlo crescere, migliorare, imparare, capire quali sono le sue passioni e applicarsi. È la gioia più grande della mia vita e sì, esiste un Simone Aresti prima del suo arrivo e un dopo. Mi ha reso una persona più avvezza a determinati sentimenti”

Diego e i tifosi la vedranno giocare ancora per un po’ di tempo? Lei ha capito dove voglio arrivare.

“Decisamente sì. Sto bene. Quest’anno qualcuno ha parlato di un mio ritiro, ma non è assolutamente vero. Fisicamente sono in forma e posso ancora giocare un po’ di stagioni. I miei test di forza e di reattività sono gli stessi di quindici anni fa. Quindi se ad alcuni è sfiorata l’idea che io possa uscire dal calcio, si sbagliano di grosso. Spero che possano esserci altri rinnovi con la mia società, il Cagliari, che è quella in cui ho giocato la parte più bella e importante della mia carriera. Ma a prescindere da questo, io so per certo che continuerò ad essere un giocatore anche nei prossimi anni”

Simone Aresti (Ph: Cagliari Calcio)

Mi dice cosa in una frase cosa è e cosa è stato per lei il Cagliari Calcio?

“Ciò per cui ho lavorato ogni giorno per oltre vent’anni. Per esserci, per vestirne i colori. Per sentirmelo dentro”

Quando guarda gli addii del calcio, pensa a come sarà il suo. O meglio, il suo futuro? Tutti dicono che lei sia troppo attaccato al calcio per abbracciare una vita di mare e di solitudine magari sulla sua isola, Calasetta.

“(ride n.d.r.) A questo devo ancora pensare. Quando è capitato di fantasticarci, sono stato molto combattuto. Calasetta è il posto dove mi rifugio quando ho bisogno di stare da solo con le mie idee, il mare, o quando sento la necessità di tornare alle attività della mia famiglia. Da un lato posso dirle che pensarmi al nostro ristorante, l’Oasi Blu, mi rilassa molto. Dall’altra, posso dire che dopo più di vent’anni tutto questo mi mancherebbe. Il mare è in grado di tentarti sempre. Certamente la mia vita futura sarà accanto alle persone che amo e in quest’Isola. Questa è più di una certezza”

Un doveroso ringraziamento al Cagliari Calcio per la concessione e per il materiale fornito.