Marco Pistidda. Inseguire i propri sogni con la Bonga Surf School.

(foto di Luca Piga)

Durante la notte antecedente all’intervista, mi sono addormentato con l’azzurro, il turchese delle onde in cui l’ho ritrovato, mentre sfogliavo l’album dei ricordi della sua vita. Ho chiuso gli occhi pensando a quanto Marco Pistidda sia stato fortunato, ma soprattutto coraggioso. Nel cercare di essere ciò che voleva essere. Nel rischiare di abbandonare una vita ordinaria, per inseguire la straordinarietà del suo presente. Nel sognare di arrivare a cavalcare le onde che sin dall’adolescenza sognava di affrontare:

“Avevo dodici anni quando in televisione trasmettevano Beverly Hills 90210, e nel cui telefilm, ho visto Luke Perry cavalcare le onde californiane. È stato in quel momento che ho sognato di imparare anche io a surfare. Soprattutto, ho lavorato per fare sì che il mio lavoro coincidesse esattamente con tutto ciò che vedevo in quelle bellissime immagini”

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Simone Casula. La Sardegna, l’amore per la danza e un percorso stupendo a Ballando con le Stelle

Questa è un’intervista che nasce durante il suo punto di popolarità più alta, che è quello nel quale più di 4 milioni di telespettatori lo hanno visto danzare sul primo canale nazionale all’interno della trasmissione di punta del sabato sera di Raiuno. Alle spalle, però, Simone Casula, prima di essere uno dei sei maestri di ballo finalisti dello show Ballando con le Stelle, condotto da Milly Carlucci e giunto alla sua diciassettesima edizione, è un eccezionale professionista con ventisette anni di carriera alle spalle:

“Ho iniziato a muovere i primi passi sin da piccolo. A quattro anni i miei genitori, mi hanno portato a scuola di danza. All’epoca la scuola distava pochi chilometri da casa, esattamente a Sanluri. La mia passione era già al massimo, già sapevo dove volevo arrivare”

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Daniel Anedda. Il valore del dodicesimo uomo.

Nel gioco del calcio e non solo, il dodicesimo uomo può avere vari ruoli. Non importa se ad ogni allenamento, ad ogni incontro, ad ogni primo tempo, potrà e dovrà essere a disposizione. Ho scelto di intervistare Daniel Anedda, centrocampista del Sant’Elena Q.C.U., perché le storie migliori non arrivano solo da chi in campo presenzia ogni domenica, ma anche da chi il campo lo vive (purtroppo) da fuori, ma lo vive. E non è un obbligo, ma è una scelta. Per chi non conoscesse la sua storia, che non è la sola, Daniel arriva al Sant’Elena dalla Promozione con l’entusiasmo di chi pensa di giocarsi un anno importante. Ma il crociato si rompe, Anedda finisce la stagione poco dopo averla cominciata e il suo destino è quello di attendere il prossimo anno per poter ricominciare:

“Non è mai facile guardare i tuoi compagni di squadra fuori dal rettangolo di gioco senza poter contribuire fisicamente, partita dopo partita. Nonostante l’infortunio, che mi terrà fuori ancora per molto tempo, cerco, salvo problemi con il lavoro di essere sempre presente agli allenamenti, alle partite e alle trasferte”

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Ricominciare sognando a Sarroch. Alberto Di Silvestre si racconta.

C’è un punto di questa chiacchierata con Alberto Di Silvestre, in cui mi rendo conto che colui che mi trovo davanti ha appena ventidue anni. È una considerazione che affascina, forse impaurisce. Ma certamente crea tra me e lui un’empatia con la quale ponderiamo assieme i contenuti e le parole di un’intervista che si rivela dal primo minuto molto intima e sincera. Di Alberto mi sono occupato già una volta, in un passato non troppo lontano. Quando Di Silvestre vinceva sulla sabbia, ed era capace di non incantare solo me, con quegli occhi severi e quello sguardo infatuato del beach volley. Incantava il mondo del beach con il suo gioco, i suoi 18 anni, le sue ambizioni:

“Una pagina durata sei anni, che poi si è interrotta e mi ha dato modo di fare tesoro delle delusioni, delle aspettative e dei sogni che avevo per provare a ricominciare. La pallavolo è arrivata dopo, forse all’inizio è stata un ripiego, poi pian piano è diventata il mio presente, il mio rifugio”

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Luca Scognamillo. Metodo e filosofia al servizio del Sassari Calcio Latte Dolce

foto di Alessandro Sanna

Luca Scognamillo rappresenta la scuola del metodo applicata alla filosofia del calcio. Serio, caparbio, sicuro di dove poter arrivare e di quali strumenti utilizzare per poterci arrivare, Luca è una delle pedine più importanti del Sassari Calcio Latte Dolce che vince, ambisce e cresce settimana dopo settimana nel campionato di Eccellenza regionale:

“Siamo in vetta alla classifica, è vero, ma rimanere in alto nelle prossime settimane sarà tutt’altro che facile. Abbiamo avversarie come Budoni, l’Ossese e il Taloro Gavoi che hanno allestito delle squadre di tutto rispetto e stanno esprimendo un calcio di altissimo livello. Da tutto questo bisogna difendersi ed evitare l’assalto che comincerà già col girone di ritorno”

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Andrea Porcheddu. Il calcio fatto da testa, cuore e piedi.

A 23 anni Andrea Porcheddu ha conquistato il campo e gli addetti ai lavori con un mix di testa, cuore e soprattutto di piedi che macinano gol e parecchi sogni. Protagonista indiscusso di questa stagione nel Carbonia Calcio, Andrea traccia una linea di demarcazione tra ciò che la compagine mineraria ha conquistato e ciò che deve ancora ottenere in questo difficile campionato di Eccellenza:

“Penso che il Carbonia possa guardare questo inizio di stagione in maniera assolutamente positiva. Abbiamo conquistato la finale di coppa Italia a cui, sia noi che la società, teniamo molto. Inoltre siamo a tre punti dai playoff, quindi abbastanza soddisfatti di quanto fatto finora”

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L’uomo dell’esperienza. Jacopo Malesa si racconta.

Jacopo Malesa è l’uomo dell’esperienza, e non solo. Terzino esperto, volto conosciutissimo nel girone di Eccelenza, sta affrontando la nuova stagione a Porto Rotondo con la forza e la caparbietà di chi è navigato, oltretutto dopo una meritatissima promozione con la maglia dell’Ilva, di cui lo scorso anno è stato un assoluto protagonista:

“È un campionato equilibrato, credo lo sia fino alla fine. Io posso parlare della mia squadra che fino ad ora si è giocata a testa alta tutte le partite. Le sconfitte che abbiamo subito sono state tutte di misura e di cui la maggior parte addirittura passando in vantaggio”

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Francesco Sideri. La profondità di un silenzio e il sogno di portare Sarroch lontano.

Riascoltando alcuni passaggi dell’intervista fatta a Francesco Sideri, mi rendo conto che forse, esercitando fino al midollo la professione di giornalista, io abbia esercitato la figura dell’ariete, che cerca di solcare e scavalcare un muro col quale giustamente Francesco ha scelto di proteggere le sue emozioni. L’ho fatto perché il mondo che gli abita dentro mi ha affascinato molto, fatto di silenzi, di respiri profondi a cui talvolta ha scelto di abbandonarsi. Sideri è una speranza, anche solo per la risposta così decisa, così sicura di sé, con cui giustifica il suo ritorno in Sardegna:

“Sicuramente ci sono delle vicissitudini personali che mi hanno portato a questa scelta. Ma anche l’ambizione di scrivere una pagina nuova assieme a Sarroch”

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Marco Sartor. Quando il calcio sardo habla argentino.

Ogni volta, diceva Borges, che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio. A quelle pagine, così fitte, così magiche, tanto quanto lo è l’Argentina del calcio, appartiene la storia di Marcos Sartor, la punta che fa sognare Arzachena e della quale la Sardegna, da ormai molti anni ha finito per innamorarsi:

“È un amore ricambiato. La Sardegna è una terra magica, della quale mi sono innamorato. Penso a come è iniziata, a Budoni, ormai molti anni fa e a come è proseguita, toccando molti posti che mi sono rimasti nel cuore, fino ad arrivare qui ad Arzachena, dove ho avuto la possibilità di poter essere riconfermato e con la quale voglio scrivere una parte importante della mia carriera”

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Matteo Mancosu. Io, Marco, Marcello e il calcio.

Quando ho cominciato a preparare quest’intervista, ho immaginato di essere lui. Immedesimandomi nel ruolo di chi, dopo gli anni di una carriera costellata di successi, riconoscimenti, traguardi professionali, decide di spegnere per qualche istante i fari dello stadio e pensare a sé stesso e alla famiglia che ha creato con lo stesso amore con cui ha coltivato la sua carriera di calciatore. Salendo su un aereo che lo riporta a pochi passi da Piazza Giovanni, là dove per Matteo, Marco e Marcello Mancosu tutto è cominciato:

“Marcello era ancora piccolino, perché rispetto a me e Marco è nato nei primi anni ’90. Papà portava me e Marco in Piazza Giovanni a Cagliari a tirare i primi calci al pallone. Sono i primissimi ricordi che collego alla nostra storia col pallone”

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