Avrete già letto ovunque quanto sia stata festosa l’amichevole tra la Tharros e il Cagliari, terminata 0-9 (non è importante il risultato, ma lo mettiamo per far vedere che siamo attenti anche alla cronaca) e giocata due giorni fa. Su calciocasteddu.it, invece, ho letto uno spunto molto interessante del collega Fabio Ornano su Simone Pinna. Sul significato che questa gara ha avuto per uno che fino a poco tempo fa giocava con la casacca rossoblu e non con quella biancorossa.
Sgomberiamo subito il campo da commenti passibili di critica: con Simone mi sento regolarmente da qualche mese. Conosco il suo anno, conosco il significato del suo anno, conosco molto bene cosa significa il termine parabola, usato soprattutto in ambito sportivo.

Ci sono stagioni fortunate, molto fortunate, ci sono trattative di mercato che vanno e altre che non vanno, allenatori che hanno voglia di spendersi per te, società che investono su di te e c’è l’esatto contrario. Non penso che il diretto interessato si offenderà se dico che questa per lui è stata una stagione sfortunata (Simone non doveva fare l’Eccellenza, sarebbe ingeneroso pensarlo per il giocatore che è e per il giocatore che è stato), ma generosa. Quando infatti il mercato di gennaio non è andato come si pensava, la Tharros, la squadra della città in cui Simone Pinna ha scelto come base per la sua vita assieme ad Alessandra (delle compagne si parla sempre troppo poco nel calcio, e io vorrei sempre porre rimedio) e Francesco, lo porta con sé. Riaprendoli le porte del cuore e di una persona eccezionale come Fabio Boi, che per lui ha contato molto più di un compagno di squadra e amico.
Simone non fa una piega, non è il tipo che reagisce a un calcio professionistico che lo ha messo per qualche mese in stand-by con rabbia, dolore. Lo dico perché nelle tre o quattro telefonate che abbiamo fatto assieme ho cercato, con la parte di me che ha più acredine nei confronti della vita sportiva, di tirare fuori dalle sue parole qualcosa di represso. Invece nulla. Ha avuto buone parole per chiunque, dal COS che lo ha tenuto con sé fino a dicembre, agli ex compagni o alle ex squadre che ne hanno annoverato il talento finora. Alla Tharros che gli ha spalancato le porte non chiedendogli di essere il miracolo dell’Eccellenza, ma di allenarsi e giocare con serenità, esattamente come merita. Giovedì Simone ha rivisto molti ex compagni rossoblu. E guardando qualche HL alla tv mi sono chiesto: ma perché non si è dato malato? Ma chi glielo fa fare? Ho pensato con la pancia e non con la testa quanto sia stata dura dover guardare per 90 minuti l’altra parte del campo. Usare quella gara per fare un’autoanalisi sulla carriera. Ma Simone non è questo. Ha fatto il suo lavoro, ha giocato, ha dimostrato che esserci è più importante che nascondersi al suo destino. Io credo che di giocatori così professionali come lui il calcio abbia molto bisogno. Di giovani che rispondono all’acredine che io ho sempre avuto in abbondanza, con il lavoro e con il silenzio. Con la professionalità e il coraggio di mostrare le proprie fragilità.

Per giocatori così, è inevitabile pensare che l’ombra di qualche nuvola e di un temporale primaverile ha da durare poco. Tanto prima o poi, per persone speciali come te Simone, esce il sole.

