(foto di Sara Petagna)
L’attaccamento alla maglia, l’appartenenza, la ricerca di un’identità ben precisa e connotata nello sport è cosa rara. Fabio Marcetti, infatti, è merce rara nel mondo della pallavolo. Raccontare Fabio significa immergersi in un viaggio che lunga da 23 lunghe primavere, e nel quale un ragazzo destinato ad altre discipline, un giorno entra al Pala Deiana di Olbia, a 13 anni e indossa una maglia biancorossa, innamorandosene e innamorandosi anche nella pallavolo:
“Non andrei mai via da questa società. Capisco molto bene le storie come quella di Paolo Maldini, che è nato calcisticamente in una società e nella quale ha deciso di compiere l’intero ciclo della sua carriera. Anche per me andrà così. Ci sono stati anni in cui mi è stato chiesto, magari di salire di categoria e andare altrove, ma non sono capace. Io questa maglia, questa società, questa squadra ce l’ho tatuata nel DNA”
Fabio Marcetti è la Pallavolo Olbia.
“Sono parte di. E sono contento che agli occhi suoi e dei tifosi pensare a me, significa pensare alla storia di questa bellissima squadra. Mi fa tornare indietro nel tempo e ripercorrere degli anni bellissimi, in cui ho giocato con tantissimi grandi giocatori. Ho esordito a 17 anni in serie B, di tempo ne è passato davvero tanto. Io sono qui e non ho ancora intenzione di andarmene”
Olbia oggi è tornata in serie C.
“Lo scorso anno abbiamo vinto in campionato, ma poi si è deciso di non disputare il campionato di B, per ragioni economiche. Mi sarebbe piaciuto, lo ammetto, anche perché io ho giocato la maggior parte degli anni in giro per l’Italia con questa squadra. Ora siamo quarti in classifica, e disputeremo i playoff contro Sestu. Una gara da dentro o fuori. Siamo cambiati e il campionato è abbastanza tosto. Ma mai smettere di crederci. Noi ce la giochiamo”
L’anno più bello.
“Mi fa ricordare l’ultima stagione che ho giocato con Andrea Schettino, nel 2019. Un anno difficile, in cui Andrea alle volte si assentava per la chemioterapia. Ma non smetteva di porre le speranze e di mettere energia nella pallavolo e nella squadra. La tirammo fuori anche noi per lui. Dovevamo dimostrargli che la nostra forza era una forza anche per lui”
Il compagno più forte.
“Alexis Batte. Olimpionico, campione dentro e fuori dal campo. Arrivò a Olbia alla fine della carriera e fu maestro in molte cose. In primis ricordo la sua semplicità, il suo non considerarsi ciò che aveva conquistato in campo. Un uomo di cui ho imparato a nutrire una grande stima”
Il palazzetto più temuto.
“No, non mi fa paura nulla. Ci sono palazzetti in cui Olbia veniva fischiata o osteggiata di più ma questo è lo sport. Io poi sono uno che si è sempre fatto benvolere, mai una parola fuori posto o gesti eclatanti. Anche in quei palazzetti in cui qualche volta siamo usciti di corsa (ride n.d.r.)”
Suo zio presidente dell’Olbia. Suo padre Assessore della città. Il cognome Marcetti è una responsabilità?
“Lo è. E lo è nella misura in cui tutto ciò che fai è visto nello sport e in città sotto una lente di ingrandimento. Ma non è un ingombro. Anzi, è un onore portarlo. Mio zio per lo sport ha dato anima e cuore, mio padre è un libero professionista conosciuto in città. Ho sempre giocato a testa alta. Nella pallavolo non credo mi sia mai stato regalato niente”
Olbia è una fucina di talenti. De Rosas e Nonne sono andati fuori dalla Sardegna.
“Nel settore giovanile ci sono stati dei bei giocatori. Paolo e Michele hanno fatto delle belle esperienze al di fuori. Io ho deciso di stare qui. Olbia è la mia casa, il posto dove il mio cuore è nato e cresciuto, dove vivono la famiglia e gli affetti. Non ho mai pensato di andare via”
La fine è lontana, dalle sue parole.
“Assolutamente. Voglio ancora vincere tanto. Sto finendo di studiare economia e poi mi piacerebbe lavorare per la città. Ma anche nello sport vorrei continuare ad esistere”
L’immagine di divo del volley l’ha divertita o le ha dato fastidio?
“Ma no, forse perché ho lavorato come modello per qualche compagna o perché qualcuno mi ha trovato negli anni un bel ragazzo. Ma non sono di quelli che si allontanava dal campo senza regalare una maglietta a uno più giovane o senza fare due foto e due chiacchiere. Non mi appartiene. Rimane tutto in un contesto giocoso. So di essere una persona che su queste cose non ha mai fatto leva”

